03/07 2019

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L’abito non fa il monaco nemmeno per l’Agenzia delle Entrate

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Una delle domande che prima o poi si pongono quanti esercitano attività di lavoro autonomo è se sia possibile dedurre, tra le spese inerenti la propria professione, anche quelle relative all’acquisto di abbigliamento “formale” da indossare mentre si svolge la propria attività. La risposta, pur in mancanza di una presa di posizione ufficiale da parte dell’Agenzia delle Entrate e di una pronuncia dell’Amministrazione finanziaria che, in senso positivo o negativo, affronti la questione, dovrebbe essere negativa, non avendo un preciso riscontro del principio dell’inerenza. Optare per la deducibilità di tali costi, allo stato attuale, espone ad un sicuro rischio di contestazione in caso di controllo da parte dell’Amministrazione finanziaria.

Tuttavia, anche se un famoso proverbio afferma che “l’abito non fa il monaco”, è indubbio che nell’esercizio di alcune attività professionali è doveroso presentarsi con un abbigliamento adeguato. Ad attestare ciò non sono regole scritte nei vari ordinamenti professionali, bensì la volontà di dare una certa immagine professionale di sé e il rispetto della professione che si esercita.

Pertanto, è consuetudine, per i professionisti, vestire in maniera formale ed elegante. Ciò comporta, però, il sostenimento di alcuni costi per l’acquisto degli abiti ed accessori, anche di non poco conto. Ci si pone, dunque, una domanda: è possibile dedurre tali costi considerandoli inerenti allo svolgimento dell’attività professionale?       

Essendo il principio di inerenza non direttamente disciplinato nel TUIR, la risposta non può che essere negativa, anche se con alcune distinzioni.

E’ infatti ovvio che l’acquisto di un camice da parte di un medico o di una toga da parte di un avvocato costituisca un costo inerente alla propria attività e, per questo, deducibile.

Non regge nemmeno l’eventuale, ma sicuramente più difendibile, deduzione del costo in misura pari al 50%, supponendo che l’abbigliamento possa essere indossato sia nelle ore di lavoro che nel tempo libero.

Infatti, quello che sembra mancare è proprio l’inerenza di tale costo all’attività svolta, così come definita in precedenza.

A ciò si deve aggiungere che nessuno degli ordinamenti professionali prevede, in maniera diretta, un abbigliamento specifico.